• L'AIDS non è un problema di farmaci, ma culturale

L'opinione pubblica sembra essere in gran parte convinta che il problema principale della lotta contro l'AIDS in Africa, il continente più colpito da questa patologia, risieda principalmente nella mancanza dei farmaci antiretrovirali che hanno modificato in maniera significativa l'epidemia nei Paesi occidentali. Purtroppo però non è così e lo dimostra, tra le altre cose, la recente storia del Sudafrica dove ogni giorno si registrano 200 neonati infetti dal virus, ma che già da anni sarebbe stato possibile ridurre di circa la metà se si fosse utilizzato un farmaco messo gratuitamente a disposizione dall'industria che lo produce. Infatti la nevirapina è un farmaco antiretrovirale che, assunto come una pillola dalla madre infetta durante il parto, è in grado di bloccare la trasmissione dell'HIV al neonato in circa il 50% dei casi. Purtroppo il programma, pronto da anni per dare la disponibilità gratuita di questo farmaco alle madri infette del Sudafrica, non è mai partito e soltanto due anni fa in occasione della conferenza mondiale dell'AIDS che si teneva in Sudafrica, il suo presidente Mbeki negava addirittura che l'AIDS fosse causato dall'HIV, contro il quale i farmaci antiretrovirali dovrebbero essere messi a disposizione in quel Paese. Il problema è pertanto soprattutto culturale, oltre che organizzativo e di mancanza delle strutture necessarie per combattere questa epidemia. Molti abitanti dell'Africa non sanno cos'è l'AIDS e soprattutto non sanno come si trasmette e conseguentemente non prendono alcuna precauzione per bloccare la diffusione dell'AIDS che in quel continente avviene quasi esclusivamente per via eterosessuale. Ma poi siamo veramente convinti che gli abitanti infetti dell'Africa accetterebbero di sottoporsi ad un trattamento antiretrovirale che dovrebbe durare forse tutta la vita? Chi ha esperienza, come il sottoscritto, con il trattamento dei pazienti africani che vivono in Italia, sa bene che se può essere possibile il trattamento degli episodi acuti dell'infezione, per esempio un'infezione cerebrale o polmonare o un tumore, è molto più difficile impostare e far accettare un trattamento piuttosto complesso e a lungo termine come la terapia antiretrovirale. Infine i pregiudizi religiosi possono rendere molto difficile il controllo di una infezione contro la quale la prevenzione è l'arma principale e che oggi non è assolutamente implementata in quel continente. In particolare, l'uso del preservativo e la contraccezione sono ben poco diffusi. In conclusione, l'ingente quantità di denaro messo a disposizione dal G8 dovrebbe essere impiegato soprattutto per un massiccio programma d'informazione degli abitanti dell'Africa che si basi su questi princìpi: 1) l'AIDS si trasmette per via sessuale, 2) il preservativo può diminuire significativamente il rischio di trasmissione se si vogliono avere rapporti sessuali promiscui, 3) la contraccezione per le donne sieropositive può essere altamente raccomandata, 4) le donne infette che partoriscono possono ridurre di molto il rischio di trasmissione dell'HIV ai loro bambini con una semplice pastiglia, 5) i farmaci antiretrovirali se presi in maniera corretta e prolungata nel tempo sono in grado di controllare questa epidemia anche in Africa, riducendone significativamente la mortalità, come già è avvenuto nei Paesi occidentali. Poi si potrà implementare con successo la parte relativamente più facile del programma di lotta all'AIDS in Africa e cioè la disponibilità dei farmaci antiretrovirali e la loro distribuzione sul territorio.

 

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